LOTTA AL CAMBIAMENTO CLIMATICO1


 

  • Politica climatica europea

La lotta al cambiamento climatico ormai rappresenta una delle maggiori sfide che l'umanità dovrà affrontare nei prossimi anni. Infatti, i rischi per il pianeta e per le generazioni future sono enormi, e l’Unione è obbligata ad intervenire con urgenza sia sul piano interno che internazionale.

La protezione del clima è stata per la prima volta espressamente sancita come obiettivo europeo nel Trattato di Lisbona (articolo 191.1 TFUE), come uno degli obiettivi dell’azione dell’Unione nel campo ambientale. Di conseguenza, la lotta al cambiamento climatico è competenza concorrente tra UE e stati membri.2

Tuttavia, l’Unione è fin dal 1990 impegnata ed ha svolto un ruolo guida (l’UE ha adottato per prima e volontariamente l’obiettivo della stabilizzazione al 2000 delle emissioni di CO2 rispetto ai livelli del 1990) nell’ambito dei negoziati internazionali (nell’ambito delle Nazione Unite, l’UE è parte del protocollo di Kyoto ed è in prima fila per trovare un nuovo trattato internazionale successore del protocollo di Kyoto entro il 2015 per essere attivo entro il 2020) .

L’UE ha integrato l'obiettivo del controllo dei gas serra in tutti i settori di azione, in modo da conseguire i seguenti obiettivi:

- consumo più efficiente di un'energia meno inquinante;

- trasporti più puliti e più equilibrati;

- responsabilizzazione delle imprese senza comprometterne la competitività;

- gestione del territorio e agricoltura al servizio dell'ambiente e creazione di un quadro favorevole alla ricerca e all'innovazione.

Nell’aprile 2013 la Commissione ha anche presentato una strategia europea per l’adattamento al cambiamento climatico per preparare i vari stati membri e le regioni ad un eventuale intensificarsi di eventi climatici estremi che costituiscono una minaccia per la vita, la salute, il lavoro e i beni delle persone. L’Italia dal canto suo sta adottando una sua strategia nazionale a medio e lungo termine per la riduzione delle emissioni, che includano specifici obiettivi di riduzione. La Commissione intende proporre una normativa UE per obbligare i paesi a elaborare e attuare piani specifici se l'attuale approccio volontario non produce risultati entro il 2017.

I nuovi dati del NOAA3, uno degli enti americani più accreditati, riferiscono di una concentrazione in atmosfera di 400 parti per milione (all’inizio della rivoluzione industriale era di 280). Come 3 milioni di anni fa, quando l'homo sapiens non esisteva e il livello era più alto di 30 metri. Dovremmo ridurre le emissioni ma le stiamo aumentando. "Il tasso di crescita della concentrazione di CO2 in atmosfera è senza precedenti" , denuncia Greenpeace. "Se le emissioni di gas serra continueranno con questo ritmo si raggiungeranno le 1.000 parti per milione nel giro di 100 anni". Dunque si rischia di arrivare a quadruplicare la concentrazione di gas serra, mentre già l'ipotesi del raddoppio viene considerata catastrofica dagli scienziati. Il mancato decollo della seconda fase del protocollo di Kyoto ha fatto venir meno l'unico strumento internazionale cogente che era riuscito a invertire il processo (sia pure solo per una parte dei paesi industrializzati) spingendo sull'efficienza energetica e sulle rinnovabili.


Ma il boom dei gas di scisto negli USA (ottenuto con tecniche ad alto impatto ambientale – il cosiddetto “fracking”), l'uso crescente del carbone e la domanda sempre più alta di energia nei paesi di nuova industrializzazione hanno vanificato lo sforzo compiuto a Kyoto programmando il salto verso un'economia a basso livello di carbonio.


La stima del disastro che rischia di produrre il caos climatico (Nicholas Stern, ex Capo Economista della Banca Mondiale, ha calcolato che, se non correggiamo il sistema produttivo basato sui combustibili fossili, dovremo affrontare danni valutabili tra il 5 e il 20 per cento del Pil mondiale) potrebbe ora spingere verso l'adozione di una carbon tax. Cioè una tassa sulle emissioni di carbonio (vedi focus sull’EU ETS). Questa tassa, abbinata ad un alleggerimento del carico di tasse che grava sul lavoro, potrebbe diventare uno strumento di rilancio delle economie nazionali, ma dovrebbe essere decisa e implementata a livello europeo (difficile perché serve l’unanimità del Consiglio UE).


 

  • L’Italia & lotta al cambiamento climatico


 

Il Consiglio dei Ministri dell'Ambiente dell'Unione Europea del 17 giugno 1998 ha stabilito gli obiettivi di riduzione delle emissioni degli Stati membri per raggiungere l'obiettivo comune dell'8% fissato dal Protocollo di Kyoto. Questo dovrebbe poi tradursi a livello di ciascun Paese in un insieme di politiche e in un piano di azioni per la realizzazione di tali obiettivi. Alla fine degli anni ‘90, il ‘burden sharing’ del protocollo di Kyoto (ovvero l’accordo fra gli allora 15 paesi dell’Ue per distribuire lo sforzo di riduzione delle emissioni a livello nazionale) aveva fissato per l’Italia un calo delle emissioni totali del 6,5% rispetto ai livelli del 1990, da raggiungere come media annuale delle emissioni nel periodo 2008-2012. A parte il settore industriale, che è chiamato a fare la sua parte nell’ambito del sistema europeo ETS (la cosiddetta ‘borsa delle emissioni’, in cui gli impianti che emettono più gas serra del tetto per loro previsto comprano quote di CO2 dagli altri impianti più ‘virtuosi’ che non hanno raggiunto il proprio tetto), la riduzione del 6,5% deve essere realizzata anche negli altri settori: riscaldamento domestico, turismo, trasporti, agricoltura, servizi.

L’Italia è attualmente fuori traiettoria per raggiungere l’obiettivo nazionale (del 6,5%)mentre l’Ue nel suo complesso e quasi tutti i suoi Stati membri individualmente sono in regola, e hanno ridotto complessivamente le proprie emissioni dello 0,5% nel 2011 rispetto al 2010. In Italia ci sono ancora 14,1 milioni di tonnellate di CO2 (o altri gas clima-alteranti) di troppo che vengono emesse ogni anno nell’atmosfera della Penisola.

L’Italia è in ritardo soprattutto nei settori non coperti dall’ETS, anche perché non ha ancora comunicato come intende compensare le emissioni di troppo. A questo fine, il governo dovrebbe comprare quote di CO2 dai cosiddetti ‘meccanismi flessibili’ di Kyoto (essenzialmente il ‘Clean development mechanism’- Cdm), che certificano e incentivano le riduzioni di gas serra effettuate in alcuni settori specifici nei paesi in via di sviluppo (comprese le economie emergenti come Cina e India).

L’Italia - si legge ancora nel rapporto - non ha ancora comunicato alcun piano concreto riguardo all’acquisto di quote supplementari (Kyoto unit) rispetto a quelle già previste in precedenza”. Ed anche “l’unico paese dell’Ue” fra quelli interessati e autorizzati a fare uso dei meccanismi flessibili di Kyoto “a non aver fornito alcuna informazione sullo stanziamento delle risorse finanziarie” necessarie per utilizzare tali meccanismi.

In pratica, se non ci saranno cambiamenti maggiori, nel 2014 l’Italia dovrà acquistare tramite i meccanismi flessibili, i diritti per gli oltre 14 milioni di tonnellate di gas serra emessi in più all’anno, moltiplicati per i 5 anni dell’intero periodo 2008-2012


 

  • Obiettivi UE

Sulla base dei lavori effettuati per il programma europeo per il cambiamento climatico (ECCP), l'Unione europea ha elaborato nel 2005 una strategia climatica realistica, e prevede l'attuazione di misure concrete intese a contenere l'aumento della temperatura a 2°C rispetto ai livelli preindustriali.

L’obiettivo primario resta quello della riduzione dei gas serra del 20% entro il 2020, in vista di arrivare all’80-95% entro il 2050. Recentemente, nel contesto del nuovo pacchetto “clima & energia” per il 2030, la Commissione ha proposto come nuovi obiettivi per il 2030 la riduzione delle emissioni domestiche del 40% (rispetto ai livelli del 1990).

  • Procedure decisionali:


 

La maggior parte della legislazione europea sul tema si adotta attraverso la procedura di co-decisione (art. 192.1 TFUE).

  • Attori principali

DG Azione per il Clima, Commissione Ambiente, Salute pubblica e Sicurezza alimentare del Parlamento europeo, Consiglio ambiente/Cambiamenti climatici, Agenzia europea dell’ambiente, Stati Membri, ONG, industria, centri di ricerca, altri portatori d’interessi.

  • Elementi critici e possibili interventi “a 5 stelle”:

Problemi relativi all’efficacia dell’EU Emissions Trading System (ETS)

L’EU ETS, ovvero il sistema di scambio di emissioni di CO2 dell'UE, è una pietra angolare della politica dell'Unione europea per combattere il cambiamento climatico. Secondo la Commissione questo è lo strumento chiave per ridurre le emissioni di gas serra industriali in maniera economicamente efficiente. Il primo - e ancora di gran lunga il più grande – mercato internazionale di scambio delle quote di emissione di gas serra, l'EU ETS copre più di 11.000 impianti elettrici e impianti industriali in 31 paesi, così come le compagnie aeree. Il sistema copre circa il 45% delle emissioni di gas serra nei 28 stati membri (+ Svizzera, Norvegia, Liechtenstein).


 

L’ETS include i sistemi di “cap and trade” e di “offsetting” che permettono ai partecipanti di comprare/vendere “permessi di emettere” (allowances) e “crediti di riduzione delle emissioni” (offsets) per raggiungere gli obiettivi di riduzione fissati o semplicemente per fare il solito profitto sul mercato.

L’idea di fondo (secondo la Commissione) è di ridurre le emissioni derivate dai gas ad effetto serra abbattendo i costi collegati all’azione grazie ad un sistema di incentivi per innovazioni tecnologiche favorevoli al clima e quindi spingere l’industria in una direzione che consenta la riduzione delle emissioni.

Lanciato nel 2005, l'EU ETS è ora nella sua terza fase (2013-2020). Dal 2013 esiste un unico limite europeo (cap) alle emissioni che diminuirà anno dopo anno, mentre i “permessi di emettere” saranno messi all’asta (nel 2013 più del 40% del totale dei “permessi di emettere” sono stati assegnati all’asta e la percentuale aumenterà di anno in anno mentre il resto dei permessi saranno allocati gratuitamente, anche se ridotti progressivamente).

La riforma strutturale del sistema ETS.

A partire dal Novembre 2012 la Commissione ha lanciato il processo di revisione del sistema ETS. L’obiettivo è una riforma di lungo termine che risolva i problemi strutturali che il sistema sta dimostrando, cioè il fatto che il sistema non riesce a dare un signal-price, cioè un prezzo capace di scoraggiare gli investimenti nel carbone, gas o petrolio ad alte emissioni di CO2 ed attrarre gli investimenti necessari per la de-carbonizzazione (quindi in tecnologie a basse emissioni di carbonio nel settore energetico, industriale, dei trasporti). Infatti, al momento il prezzo di 1 tonnellata di CO2 si aggira attorno a poco più di 3 € (quando il picco nel 2008 è stato di 40 €) quando sarebbe necessario avere un prezzo molto più alto (attorno ai 250 € per tonnellata di CO2 secondo gli esperti4) perché il sistema possa incentivare gli investimenti in tecnologie a bassa emissione di carbonio.

Il problema attuale del bassissimo prezzo delle emissioni di CO2 è dovuto alla crescente eccedenza di quote non vendute, in parte a causa della crisi economica che ha depresso le emissioni più del previsto sia al fatto che i governi hanno stabilito un ammontare di gas ad effetto serra che le industrie potevano emettere sotto l’ETS troppo alto cosicché le industrie avevano poco incentivo a ridurre le loro emissioni per raggiungere i più ampi obiettivi dell’UE.

Il 22 gennaio 2014 la Commissione ha presentato la sua proposta legislativa per riformare il sistema ETS dopo il 2020. La proposta dovrà essere discussa dal nuovo Parlamento europeo. La proposta creerebbe la “riserva di stabilità” per il mercato del sistema ETS. Infatti, la riserva ritirerebbe i “permessi di emettere” presenti in eccesso sul mercato e adeguerebbe automaticamente l’offerta dei permessi che andrebbero allocati attraverso l’asta al fine di mantenere il cosiddetto signal-price adeguato5


 

Alcune organizzazioni della società civile chiedono che si metta fine al sistema, a causa dei seguenti fallimenti a cui esso è andato incontro6:

  • L’ETS non avrebbe ridotto le emissioni di gas ad effetto serra. L’UE avrebbe ridotto le sue emissioni del 12% - rispetto al 1990 - soprattutto a causa del rallentamento dell’attività industriale e degli offset in paesi in via di sviluppo. L’UE avrebbe infatti aumentato di quasi la stessa percentuale l’importazione di emissioni dai paesi in via di sviluppo, attraverso il sistema dei crediti di riduzione delle emissioni (offsets) generati da progetti ‘di riduzione’7 realizzati dalle società/industrie inquinanti nei Paesi del Sud del mondo;

  • L’ETS avrebbe funzionato come un sistema di sussidi per i settori inquinanti dell’industria;

  • Prezzi del CO2 volatili e sempre più bassi sarebbero una caratteristica dell’ETS. Ogni incentivo dunque al cambiamento verso un sistema a basse emissioni di carbonio sarebbe nullo; 

  • L’ETS aumenterebbe i conflitti ambientali e sociali nei Paesi del Sud del mondo grazie al sistema dei crediti di riduzione delle emissioni (offsets) generati da progetti ‘di riduzione’ realizzati dalle società nei Paesi del Sud del mondo;

  • I mercati di carbonio sarebbero particolarmente suscettibili alle truffe. Chi ne beneficia sarebbero le grandi industrie inquinanti (come la Thyssen Krupp, l’ENEL);

  • Il sistema sprecherebbe risorse pubbliche per la creazione di mercati finanziari che non sarebbero in grado di raggiungere obiettivi di interesse pubblico;8 

  • Il sistema ETS vincolerebbe l’UE ad un sistema economico incentrato sull’utilizzo dei combustibili fossili. 9 

  • Lo schema ETS impedirebbe che altre misure efficaci contro i cambiamenti climatici vengano messe in pratica mentre allo stesso tempo rafforzerebbe false soluzioni  come il nucleare, le grandi dighe, gli agro-combustibili, le piantagioni industriali con un grave impatto ambientale;

  • Lo schema ETS non sarebbe economicamente efficiente. Per ogni euro speso nella lotta al cambiamento climatico, i ricavi in termini di danno climatico evitato sarebbero pari a meno di 1 centesimo.10


 

Quali sarebbero dunque i possibili provvedimenti da prendere a livello europeo dal M5S?

Se, una volta approfonditi gli elementi qui sopra elencati, si dovesse riscontrare che l’ETS non è un meccanismo veramente efficace (mettere sulla bilancia pro e contro), l’unica opzione possibile è che il Parlamento faccia pressione affinché la Commissione abolisca lo schema ETS e introduca al suo posto un sistema di tassazione armonizzato a livello europeo sulle emissioni dei gas serra.

Le entrate dovrebbero per esempio essere indirizzate al finanziamento di progetti sulle energie rinnovabili, sull’efficienza energetica, sulla mobilità sostenibile, sulle città e comunità intelligenti.

Questo sistema di tassazione dovrebbe comunque essere preferibilmente discusso e adottato in concomitanza con analoghi impegni da parte di paesi (come gli Stati Uniti o la Russia) che sono tra i maggiori emettitori di gas ad effetto serra e dei paesi in via di sviluppo per evitare il dumping ambientale a livello internazionale.

Si dovrà tenere in considerazione che questo tipo d’azione non sarà facile in quanto le lobby delle industrie bloccano ogni tentativo mettere fine al sistema ETS dal momento che ne beneficiano (dal 2013 solo il settore energetico dovrà iniziare a comperare i permessi di emissione, con eccezioni per i paesi dell’Europa centrale ed orientale).

Altre misure collaterali che potrebbero essere prese dal M5S a livello europeo sono:

- agire per facilitare investimenti e rafforzare la ricerca e l’innovazione sulle tecnologiche abilitanti necessarie per garantire alle future generazioni un’energia pulita e città più vivibili. Ciò consentirebbe anche di rafforzare la competitività dell’industria europea a livello internazionale (creando nuovi posti di lavoro e migliorando la qualità della vita dei cittadini),

- battersi per obiettivi europei più ambiziosi (tendenzialmente il 60% di riduzioni) nella riduzione delle emissioni in vista del 2030,

- battersi per obiettivi europei più ambiziosi per quanto riguarda la quota di energie rinnovabili (per il 2030 è stato proposto dalla Commissione l’obiettivo del 27% da raggiungersi a livello Europeo, senza chiari impegni per gli Stati Membri) e dell’efficienza energetica (per il 2030 la Commissione non ha proposto alcun obiettivo vincolante in merito). Stabilire obiettivi chiari e ambiziosi per il 2030 significa aumentare la fiducia degli investitori verso le tecnologie a bassa emissione di carbonio e porre le basi per un’economia europea più sostenibile e la creazione di nuovi posti di lavoro (in linea con la strategia europea di crescita Europa 202011,

- una vigorosa azione per facilitare la penetrazione e diffusione sul mercato di prodotti/soluzioni/processi a basso consumo energetico (anche con pesanti sgravi fiscali), nonché una massiccia campagna di sensibilizzazione verso i consumatori;

- eliminare completamente tutti i sussidi, diretti ed indiretti, ai carburanti fossili (409 miliardi di dollari nel 2010)12,

- fermare nuovi progetti su miniere di carbone e le trivellazioni per trovare il gas di scisto, ecc.

- agire per cambiare il modello di vita degli europei (come ci muoviamo, come consumiamo, come produciamo, etc…).

 

La bolla del carbonio e i suoi possibili effetti sugli investimenti dei cittadini:


 

La cosiddetta “bolla del carbonio” si riferisce allo sopravvalutazione di compagni attive nel settore del petrolio, del gas e del carbone dovuta alla necessità di passare dai carburanti fossili alle rinnovabili. Questa bolla, che può esplodere da un momento all’altro, pone un grande rischio per le economie dei paesi dell’UE.

Se l’UE, come si è impegnata a fare negli accordi internazionali in materia, intende limitare le proprie emissioni e dunque contribuire a mantenere il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C necessari per evitare i dannosi effetti del cambiamento climatico, la quantità di carburanti fossili che può essere bruciata dev’essere limitata (si parla dell’80% delle risorse fossili che non possono essere utilizzate). In questo modo la maggior parte delle riserve di petrolio, gas e carbone diventerebbero “stranded assets13, cioè si verificherebbe una perdita di valore di mercato di questi assets per i soggetti (aziende o governi) che li posseggono.

Oggi le società private posseggono quasi ¼ delle riserve di carburanti fossili mondiali. Se una grande parte di queste riserve non possono essere estratte e bruciate, allora il valore di queste società e la loro capacità di ripagare i debiti agli azionisti si riducono.


 

Questa bolla, dunque, pone seri rischi al settore finanziario data la grande esposizione (migliaia di miliardi) delle banche e dei fondi pensione, attraverso strumenti di azionariato, bond e prestiti, alle società attive nel settore dei carburanti fossili.

 

Il problema per i privati investitori nasce quando questi non sono a conoscenza del rischio al quale i loro investimenti sono esposti nel caso in cui il soggetto d’intermediazione finanziaria (la banca o il fondo pensione di turno) decida di usare i loro soldi per fare investimenti in questi assets a rischio.

Quali sarebbero dunque i provvedimenti da prendere a livello europeo dal M5S?

  • Il punto fondamentale è che gli investitori privati devono avere il diritto di conoscere se i loro investimenti / risparmi investiti (nel caso dei fondi pensione) sono esposti al rischio di bolla del carbonio, e se i rischi di cambiamento climatico e carbonio sono stati adeguatamente presi in considerazione dal soggetto di intermediazione finanziaria a cui si affidano i risparmi.14

  • Il Parlamento europeo potrebbe fare pressione sulla Commissione europea affinché questa intervenga a tutela degli investitori privati proponendo una disciplina che fornisca loro più garanzie.

  • Gli Stati Membri, poi, in ambito internazionale (G20) potrebbero contribuire ad affrontare questo tema.

  • Le banche, i regolatori finanziari nazionali, europei ed internazionali dovrebbero infine fare il loro dovere controllando e tutelando gli interessi degli investitori.

2 In merito, si veda nota 2.

3 National Oceanic and Atmospheric Administration

4 European Commission, 2011; Kupers, 2012; Schleicher - Köppl, 2013.

7 Il sistema permette infatti alle imprese che si trovano nei Paesi Sviluppati di sostenere progetti di riduzione delle emissioni di CO2 in Paesi in via di sviluppo. L’impresa che realizza il progetto riceve crediti che potranno essere utilizzati per adempiere agli obblighi previsti dall’ETS.

8 Per esempio il governo spagnolo dovrà acquistare più di 159 milioni di crediti di carbonio  per raggiungere i propri obiettivi fissati nel Protocollo di Kyoto. In un momento in cui i cittadini si stanno facendo carico delle conseguenze della crisi economica e delle misure di austerità, le scarse risorse pubbliche vengono spese in maniera frivola a favore di grandi aziende e del settore finanziario che sono all’origine di molti dei problemi che hanno portato alla crisi.

9 Persino l’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) ha ammesso che almeno due terzi delle riserve globali conosciute di petrolio dovrebbero essere mantenute nel sottosuolo se la comunità internazionale vuole darsi la possibilità di raggiungere l’obiettivo di fermare il surriscaldamento del pianeta a 2°C (un obiettivo in ogni caso insufficiente). Lo schema ETS, se continuasse ad operare, renderebbe questo proposito irrealizzabile.

12 Come indicato nel rapporto Green Growth Studies: Energy, dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD),nel 2009 la dipendenza dai combustibili fossili del sistema energetico mondiale ha prodotto l’84% delle emissioni di gas a effetto serra. In ottobre 2011 l’OECD ha pubblicato il rapporto, Inventory of Estimated Budgetary Support and Tax Expenditures for Fossil Fuels, contenente una raccolta di più di 250 misure di sostegno budgetario e di agevolazione fiscale in vigore sia dal lato della produzione che da quello del consumo. n termini complessivi, il totale delle misure budgetarie di sostegno e delle agevolazioni fiscali riportato nell’Inventario ricade nell’intervallo di 45-75 miliardi annui di dollari USA nel periodo 2005-2010. Questo dato è da affiancare alle stime ottenute dall’IEA applicando il metodo del price gap alle economie emergenti e in via di sviluppo. L’Agenzia indica un valore totale dei sussidi pari a 557 miliardi di dollari USA nel 2008, 312 nel 2009 e 409 nel 2010 (IEA, OPEC, OECD and World Bank, 2011).

13Stranded asset” è un termine finanziario per descrivere un’entità materiale o immateriale suscettibile di valutazione economica che diventa obsoleta o non performante. In poche parole, l’asset perde di valore.